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Hollywood e le memorie della vanità

“La bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia, le credenze si succedono l’una all’altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed un possesso per tutta l’eternità.”

Oscar  Wilde


A volte rivolgendo lo sguardo al passato ci si rende conto quanto il senso del tempo si contragga, come alcune cose siano assolutamente immuni ai granellini di sabbia che passano attraverso una strettoia nel vetro, e come alcuni valori diventino assolutamente transgenerazionali. Questo è il caso della bellezza, che esce dalla morsa delle mode per assurgere a valore assoluto, un valore che si trasmette di padre in figlio, di generazione in generazione. Così le icone che hanno segnato un’epoca, a volte suscitando l’ira placida di mogli rassegnate, diventano spesso oggetto di collezionismo o protagoniste, involontariamente colpevoli, di file interminabili ai botteghini dei cinema o causa di notti incollate ad uno schermo televisivo. Vite straordinarie che infiorano le pagine patinate dei rotocalchi più o meno rosa, segreti (ed a volte capricci) che riempiono centinaia e centinaia di pagine, intervallate dalle foto che hanno fatto storia, rilegate in eleganti volumi titolati da caratteri scintillanti. Qui la donna proietta il personaggio dall’intimità del focolare nell’irrealtà dello star system. Una figura mitica, impalpabile, un simbolo di bellezza ed eleganza che comunque conserva, negli occhi velati dal trucco un’umanità straordinaria.

 

Così Francesco Bruscia ci propone il Pantheon delle Dive di Hollywood, una serie di ritratti al femmile dove le icone della contemporaneità sfoggiano abiti imperlati e colori sgargianti. Scatti famosi, pose che hanno fatto la storia del costume, ricordi indelebili nella mente degli spettatori. Così le grandi Dive della storia del cinema si prestano, inconsapevoli, al “gioco della vanità” dell’artista. Glitter e smalti colorati diventano uno strumento interpretativo. Gli abiti, i capelli i gioielli tutto si trasforma ed il bianco e nero di una gigantografia diventa il pretesto per una visione nuova e personale. I fondi prendono tonalità metalliche che passano dal freddo argento al calore dell’oro decontestualizzando le figure da ogni riferimento di spazio o di tempo. Il bagliore del metallo come nell’antichità bizantina eleva le figure ad una dimensione altra, sovrumana. Il bianco e nero appiattisce, i piccoli particolari che caratterizzano un gioiello od un abito si confondono e perdono delle gradazioni dal grigio al nero. Un lavoro di cesello che si muove tra smalti e cristalli ridona luce agli orecchini, al bordo di un abito ad una spilla nei capelli. Luce e colore danno giustizia di ciò che originariamente era, o avrebbe potuto essere. In questa chiave interviene l’inventiva dell’artista che reinterpreta alcuni abiti con ricami di inaspettata ricchezza espressiva. Un restyling dal tocco leggero, dove i filamenti d’oro e d’argento si intersecano con garbo adattandosi ed integrandosi alle figure.